PPWR: Digital Product Passport: quando l’imballaggio avrà anche una memoria digitale

In breve: Il Digital Product Passport (DPP) è uno degli strumenti con cui l’Unione europea sta costruendo un sistema di informazioni digitali associate ai prodotti lungo il loro ciclo di vita.


Nel mondo del packaging, però, è importante fare una distinzione: il PPWR non introduce semplicemente un “passaporto digitale obbligatorio per ogni imballaggio”. Prevede invece diverse informazioni, etichette armonizzate e supporti digitali standardizzati e aperti, come QR code o altri data carrier, mentre il quadro generale del Digital Product Passport è definito soprattutto dall’ESPR, il Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili.

Per stampatori, cartotecniche e converter il punto interessante è quindi più ampio del QR code stampato sulla confezione.

La vera novità è che l’imballaggio tende a diventare anche il punto di accesso a informazioni strutturate, identificabili e scambiabili lungo la filiera.

E questo cambia il modo in cui quei dati devono essere prodotti, conservati e collegati al prodotto fisico.


Dal packaging fisico al packaging informativo

Per decenni l’imballaggio ha svolto funzioni molto precise: contenere, proteggere, trasportare, conservare, comunicare e rendere riconoscibile un prodotto.

A queste funzioni se ne sta aggiungendo progressivamente un’altra:

rendere accessibili informazioni digitali relative all’imballaggio e al prodotto.

Il PPWR, applicabile in via generale dal 12 agosto 2026, introduce nuovi requisiti di etichettatura e informazione e prevede in diversi casi l’impiego di QR code o di altri supporti digitali standardizzati e aperti.

Questo significa che una parte delle informazioni che oggi vengono riportate direttamente sull’imballaggio potrà essere affiancata da informazioni accessibili digitalmente.

Ma significa soprattutto che il collegamento tra oggetto fisico e dati diventa parte integrante del sistema.


Che cos’è realmente il Digital Product Passport

Il quadro generale del Digital Product Passport è definito dal Regolamento europeo ESPR 2024/1781.

Il principio è relativamente semplice.

A un prodotto viene associato un identificativo persistente, accessibile attraverso un data carrier, cioè un supporto capace di collegare l’oggetto fisico alle informazioni digitali che lo riguardano.

Il data carrier può trovarsi sul prodotto, sull’imballaggio oppure sulla documentazione che lo accompagna, secondo quanto stabilito per la specifica categoria di prodotto.

Il QR code è probabilmente l’esempio più intuitivo, ma sarebbe riduttivo identificare il DPP con il QR code.

Il QR code è soltanto la porta di ingresso.

Il vero passaporto è costituito dal sistema di dati che si trova dietro quella porta.


Un QR code non è un Digital Product Passport

Questa distinzione è fondamentale.

Stampare un QR code su una confezione è tecnicamente semplice. Lo si fa già da anni per collegare pagine web, istruzioni, promozioni, schede tecniche o informazioni commerciali.

Un Digital Product Passport richiede qualcosa di diverso.

I dati devono essere organizzati secondo regole precise e il sistema deve permettere di associare in maniera affidabile le informazioni al prodotto interessato.

Nel modello previsto dall’ESPR, i dati devono essere basati su standard aperti, utilizzare formati interoperabili e, quando appropriato, essere leggibili automaticamente, strutturati, ricercabili e trasferibili attraverso sistemi interoperabili senza dipendere obbligatoriamente da un singolo fornitore tecnologico.

In altre parole:

non basta poter leggere un codice. Bisogna poter comprendere e utilizzare in modo affidabile i dati a cui quel codice conduce.


E il PPWR cosa prevede per gli imballaggi?

Qui occorre evitare una semplificazione abbastanza frequente.

PPWR e Digital Product Passport appartengono alla stessa evoluzione normativa europea verso prodotti più tracciabili e informazioni più accessibili, ma non sono la stessa cosa.

Il PPWR introduce propri requisiti specifici di marcatura e informazione.

Per esempio, l’articolo 12 prevede un’etichetta armonizzata relativa alla composizione dei materiali dell’imballaggio per facilitare la corretta separazione da parte del consumatore.

Prevede inoltre la possibilità di aggiungere un QR code o altro data carrier digitale standardizzato e aperto contenente informazioni sulla destinazione delle diverse componenti dell’imballaggio. Per gli imballaggi contenenti sostanze che destano preoccupazione sono inoltre previste tecnologie di marcatura digitale standardizzate e aperte.

Il regolamento stabilisce anche che il fabbricante assicuri la presenza sull’imballaggio di un tipo, lotto, numero di serie o altro elemento che ne consenta l’identificazione, salvo i casi in cui dimensioni o natura dell’imballaggio richiedano di fornire l’informazione nella documentazione di accompagnamento.

Si comincia quindi a intravedere un principio importante:

l’imballaggio non trasporta più soltanto informazioni leggibili dall’uomo, ma diventa progressivamente un elemento identificabile anche all’interno dei sistemi informativi.


Quali dati potrà contenere un passaporto digitale?

Non esiste un elenco universale valido indistintamente per qualsiasi prodotto.

L’ESPR prevede infatti che gli atti applicabili ai diversi gruppi di prodotti definiscano quali dati debbano essere inseriti nel passaporto, quale data carrier utilizzare, dove collocarlo e se il DPP debba essere riferito al modello, al lotto oppure al singolo articolo.

È un dettaglio tutt’altro che secondario.

Un’informazione riferita a un modello è relativamente stabile.

Un’informazione riferita a un lotto deve invece essere collegata alla produzione effettiva.

Un’informazione riferita al singolo articolo richiede un livello ancora superiore di identificazione e gestione del dato.

Per questo è prudente non compilare oggi una presunta lista definitiva dei “dati del passaporto dell’imballaggio” quando la normativa demanda molte specifiche tecniche agli atti applicativi.

Possiamo però individuare con certezza la direzione: identificazione, caratteristiche del prodotto, informazioni ambientali e di conformità, tracciabilità e dati necessari agli operatori della filiera dovranno poter essere gestiti in maniera strutturata e affidabile.


Non tutti devono necessariamente vedere tutto

Un’altra caratteristica importante del DPP è che accessibilità non significa necessariamente accesso indiscriminato a tutti i dati.

Il quadro ESPR prevede che venga stabilito quali soggetti possano accedere alle diverse informazioni e chi sia autorizzato a crearle o aggiornarle.

È facile comprenderne il motivo.

Un consumatore può avere bisogno delle indicazioni ambientali e delle istruzioni per il corretto fine vita.

Un riciclatore può avere bisogno di informazioni sulla composizione.

Un’autorità di controllo può dover verificare dati di conformità.

Un operatore della filiera può aver bisogno di informazioni tecniche che non hanno alcuna utilità per il consumatore finale.

Il passaporto digitale non deve quindi essere immaginato come una semplice pagina web pubblica contenente decine di campi.

È piuttosto un’infrastruttura attraverso la quale soggetti diversi possono accedere alle informazioni pertinenti al proprio ruolo.


Il problema vero nasce prima della stampa del codice

Dal punto di vista di uno stampatore o di un converter potrebbe sembrare che tutto questo si traduca principalmente in una nuova esigenza grafica:

ricevere un codice, inserirlo nell’artwork e stamparlo correttamente.

Quella, probabilmente, sarà la parte più semplice.

Il problema più interessante nasce prima.

Supponiamo che un determinato imballaggio debba essere associato a informazioni riguardanti:

  • struttura e composizione;
  • materiali utilizzati;
  • identificazione del prodotto o del lotto;
  • caratteristiche necessarie alla corretta gestione a fine vita;
  • soggetti responsabili delle informazioni;
  • eventuali dati di conformità.

Da dove arrivano questi dati?

Chi li inserisce?

Chi li verifica?

Quale versione è quella corretta?

Come vengono associati all’ordine di produzione?

Cosa succede se cambia un materiale?

E se il cliente modifica la struttura dell’imballaggio mantenendo apparentemente invariata la grafica?

Sono domande informatiche solo in parte.

Prima ancora sono domande organizzative.


Il rischio del dato sparso

Molte aziende possiedono già buona parte delle informazioni necessarie.

Il problema è che spesso si trovano in luoghi differenti:

nel gestionale, nelle schede tecniche dei materiali, nei PDF dei fornitori, nelle distinte base, nei documenti qualità, nei file di prestampa, nelle e-mail, nei fogli elettronici o nella memoria di chi segue abitualmente quel cliente.

Finché queste informazioni servono soltanto alle persone per lavorare, un sistema frammentato può continuare a funzionare, anche se con qualche inefficienza.

Quando invece un’informazione deve alimentare automaticamente un’identità digitale associata a un prodotto o a un lotto, la situazione cambia.

Bisogna sapere quale dato è corretto e quale sistema ne rappresenta la fonte autorevole.

Se lo stesso materiale è descritto in tre archivi differenti e con informazioni non perfettamente allineate, quale dato dovrà essere pubblicato?

È qui che il Digital Product Passport diventa interessante anche per chi si occupa di organizzazione aziendale.


Dal documento al dato strutturato

La trasformazione più profonda potrebbe essere proprio questa.

Molte informazioni tecniche oggi vengono gestite come documenti.

Una scheda PDF contiene una composizione.

Una dichiarazione contiene una percentuale.

Un certificato contiene una caratteristica.

Una distinta contiene la struttura di un prodotto.

Il documento è perfettamente leggibile da una persona, ma non necessariamente utilizzabile automaticamente da un sistema.

La logica del passaporto digitale spinge invece verso il dato strutturato.

Non soltanto:

“questa informazione è scritta da qualche parte”.

Ma:

“questa informazione è identificata, aggiornata, verificata e può essere recuperata dal sistema che ne ha bisogno”.

È un cambiamento meno appariscente di un nuovo simbolo stampato sulla confezione, ma probabilmente molto più importante.


Un esempio pratico

Immaginiamo un converter che produca un imballaggio flessibile multistrato.

La struttura viene definita in fase tecnica, i materiali vengono acquistati da fornitori differenti, la produzione avviene per lotti e la grafica contiene un data carrier destinato a collegare il packaging alle informazioni digitali previste.

Se cambia uno dei materiali della struttura, non è sufficiente chiedersi:

la macchina può utilizzare il nuovo materiale?

Occorre anche domandarsi:

quali informazioni associate all’imballaggio cambiano insieme a quel materiale?

La modifica potrebbe avere conseguenze sulla composizione dichiarata, sulle informazioni ambientali, sulla riciclabilità, sulla documentazione tecnica o sui dati messi a disposizione lungo la filiera.

A quel punto distinta base, revisione tecnica, lotto produttivo e informazione digitale non possono più essere mondi completamente separati.

Devono poter essere collegati.


Cosa conviene fare già oggi

Non è necessario aspettare che ogni dettaglio tecnico del sistema europeo sia definito per iniziare a prepararsi.

Anzi, probabilmente sarebbe un errore concentrarsi subito sulla tecnologia del futuro QR code.

La prima verifica dovrebbe riguardare i dati che l’azienda possiede già.

Per esempio:

  • i materiali sono identificati in maniera univoca?
  • le schede tecniche sono collegate ai materiali utilizzati?
  • le distinte base rappresentano realmente ciò che viene prodotto?
  • le revisioni sono tracciate?
  • è possibile risalire dal lotto prodotto ai materiali effettivamente impiegati?
  • le caratteristiche ambientali sono archiviate come dati oppure soltanto all’interno di documenti?
  • è definito chi può modificare le informazioni tecniche?
  • esiste una fonte certa per ogni informazione critica?

Queste domande sono utili indipendentemente dal Digital Product Passport.

Il DPP rende semplicemente più evidente una necessità che esiste già: un dato affidabile deve avere una provenienza, un responsabile e una relazione certa con ciò che viene realmente prodotto.


Il Digital Product Passport non è un progetto dell’ufficio IT

La tentazione potrebbe essere quella di considerarlo un nuovo adempimento informatico.

Sarebbe riduttivo.

Il DPP coinvolge potenzialmente ufficio tecnico, acquisti, qualità, produzione, prestampa, logistica e sistemi informativi.

Perché il problema non è creare il collegamento digitale.

Il problema è garantire che ciò che si trova dall’altra parte del collegamento sia corretto.

Un QR code può essere generato in pochi millisecondi.

Costruire una catena affidabile dei dati che quel codice deve rappresentare può richiedere molto più lavoro.


Una nuova responsabilità per la filiera

Il passaggio verso informazioni digitali strutturate modifica anche il rapporto tra i diversi soggetti della filiera.

Il produttore di una materia prima genera alcuni dati.

Il converter ne utilizza altri per descrivere la struttura realizzata.

Lo stampatore aggiunge informazioni legate alla propria lavorazione.

Il produttore del bene confezionato dispone di altre informazioni ancora.

A valle, distributori, consumatori, riciclatori e autorità possono aver bisogno di accedere a parti differenti di questo patrimonio informativo.

Il risultato è che la qualità del dato non riguarda più soltanto l’organizzazione interna dell’azienda.

Diventa un elemento della catena di fornitura.

Ed è proprio questo il tema che affronteremo nel prossimo articolo della Biblioteca Tecnica AZUL5:

la tracciabilità delle informazioni lungo la filiera.


Conclusioni

Il Digital Product Passport viene spesso rappresentato attraverso l’immagine di un QR code.

È comprensibile, perché è la parte visibile del sistema.

Ma è anche la meno interessante.

La trasformazione vera avviene dietro quel piccolo quadrato stampato.

Avviene quando materiali, distinte, revisioni, lotti e informazioni ambientali smettono di essere dati isolati e cominciano a costituire una storia digitale coerente del prodotto.

Per stampatori, cartotecniche e converter la domanda da porsi, quindi, non è soltanto:

“saremo in grado di stampare il codice?”

Quasi certamente sì.

La domanda più utile è un’altra:

“saremo in grado di sapere con certezza quali dati devono esserci dietro?”

Ed è da questa domanda che conviene iniziare.

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